Ho smesso di stare zitta sulle scarpe dei bambini.
E me ne assumo le conseguenze.
Dopo 12 anni di studio ortopedico pediatrico a Torino, ho deciso di scrivere quella cosa che dico alle mamme sottovoce. Perché sottovoce non basta più.
Dott.ssa Roberta Fabbri, Ortopedica Pediatrica | 23 Ottobre 2024
[FOTO: Dott.ssa Fabbri alla scrivania. Non guarda in camera. Ha un foglio in mano che non si legge. Sembra stanca.]
Ieri mattina, tra una visita e l'altra, ho ricevuto un messaggio su WhatsApp.
Era una mamma che avevo visto in studio tre settimane prima. Scriveva così:
"Dottoressa, ho fatto quello che mi ha detto. Stamattina mia figlia ha preso le scarpe da sola dalla cameretta e me le ha portate. Non ha pianto. Siamo uscite in orario. Ho pianto io."
Ho messo giù il telefono. Ho finito la visita. Poi sono andata in bagno e l'ho riletto.
Quella mamma, quando era venuta da me, mi aveva detto una cosa che non riesco a togliermi dalla testa. Aveva gli occhi rossi. Portava i segni di chi non dorme. E mi aveva detto, con quella voce che riconosco subito:
"Pensavo di essere io il problema."
Perché scrivo questo.
Non sono brava sui social. Ho un profilo Instagram con 340 follower che non aggiorno dal 2022. Non ho un blog. Non mi piace molto parlare in pubblico di queste cose.
Ma ogni settimana, nel mio studio, vedo la stessa scena.
Cambia il nome della mamma, cambia il nome del bambino. Cambia la marca della scarpa — Geox, Chicco, Naturino, Primigi, una volta persino un paio da €85 comprati in un negozio di Brera che non sapevo neanche esistesse.
La scena è sempre la stessa.
Una mamma esausta.
Un bambino che fa fatica a camminare con sicurezza.
E la mamma che mi chiede, con quella voce lì:
"Ho sbagliato qualcosa?"
La risposta onesta è: no. Ti hanno dato le informazioni sbagliate.
Ma dirlo non basta. Allora ho deciso di scriverlo.
Una cosa prima di continuare.
Non ho accordi commerciali con nessun brand.
Lo dico subito perché so che è la prima cosa a cui pensate. Ho preso qualche diffida negli anni per cose che ho detto pubblicamente su questo argomento. Il che, paradossalmente, mi ha convinta di stare toccando qualcosa di vero.
Quello che vedo ogni settimana.
Una mattina di tre mesi fa è arrivata in studio una mamma con un bambino di 22 mesi.
Aveva guidato 40 minuti da fuori Torino. Era arrivata in ritardo perché, mi ha spiegato mentre il bambino esplorava la stanza, avevano fatto 35 minuti di crisi per le scarpe. Ogni mattina. Da sei mesi.
Mi ha descritto la scena con una precisione che mi ha colpito.
Bambino per terra. Schiena arcuata. Urla.
"No scarpe! Fa male! No mamma!"
Lei che prova a tenerlo fermo. Lui che scalcia. Lei che alla fine lo forza. Entrambi in lacrime alle 7 e 45 di mattina.
"Mi sento una madre orribile," mi ha detto. "Ma non so cosa altro fare."
Sul telefono aveva le foto del bambino al parco. Me le ha mostrate. Gli altri bambini della sua età correvano. Lui si sedeva ogni tre minuti. Una bambina tre mesi più piccola — si chiamava Sofia, la mamma me l'ha detto come se fosse importante, e forse lo era — correva dall'altra parte del parco senza cadere mai.
Ha aperto la borsa e mi ha tirato fuori un foglietto del pediatra.
C'era scritto: "Monitorare lo sviluppo motorio."
Quattro parole. Nessuna indicazione su cosa fare.
Poi mi ha detto, quasi di passaggio:
"Ho speso circa 300 euro in scarpe negli ultimi cinque mesi. Sei paia. Nessuna ha funzionato. Mio marito pensa che io sia ossessionata."
Quello che succede dentro quelle scarpe.
Per capire perché accade questo, bisogna partire da un dato che si studia al primo anno di medicina e poi, nella pratica quotidiana, si dimentica facilmente.
Quando un bambino nasce, i suoi piedi non hanno ancora ossa vere.
Hanno cartilagine.
Cartilagine viva, morbida, che si modella ogni giorno in base a come il bambino muove i piedi. Ogni passo che fa, ogni superficie che tocca, ogni muscolo che lavora — tutto questo plasma quella cartilagine e la trasforma piano piano in osso.
Questo processo dura fino a circa 4 anni di età.
Dopo i 4 anni, le strutture si consolidano. La forma che hanno preso in quei primi anni è la forma che avranno per tutta la vita.
Non è una metafora. È anatomia.
Il problema che nessuno spiega in negozio.
Quando entrate in un negozio di scarpe con un bambino di 14 mesi, cosa vi dicono?
"Questa ha la suola rigida che supporta la caviglia."
"Questo modello è ortopedico."
"Con questa il piede è protetto."
E voi comprate. Perché costa €70, ha il marchio che avete visto in TV da quando eravate bambine, e la commessa sembra convinta.
Il problema è che quella descrizione — suola rigida, supporto alla caviglia, protezione — descrive una scarpa per piedi adulti.
I piedi degli adulti sono già formati. Hanno bisogno di supporto perché le strutture sono rigide e definitive. Ma il piede di un bambino di 14 mesi sta ancora costruendo sé stesso.
E un piede che sta ancora costruendo sé stesso non ha bisogno di supporto.
Ha bisogno di muoversi.
Pensateci così.
Volete allenare un muscolo. Lo fate muovere, lavorare, faticare. Se invece mettete quel muscolo in un tutore per tutto il giorno — anche un tutore perfetto, costoso, con il logo di un brand famoso — il muscolo non si allena. Si atrofizza.
I muscoli del piede di vostro figlio funzionano esattamente così.
Ogni ora dentro una suola rigida, i muscoli che dovrebbero formare l'arco plantare non lavorano. Vengono sostituiti dalla suola. Non si sviluppano. E l'arco plantare, se la cartilagine si solidifica prima che quei muscoli abbiano imparato a farlo, non si forma.
Questo spiega le cadute al parco.
Questo spiega il bambino che non vuole camminare.
Questo spiega — ed è la cosa che mi colpisce di più — perché vostro figlio si toglie le scarpe ogni volta che può. Non è un capriccio. È un segnale che ogni giorno vi manda in un linguaggio che non conosce ancora a parole.
Perché il vostro pediatra non ve l'ha detto.
Me lo chiedono quasi tutte.
La risposta è semplice: formazione.
Nei cinque anni di medicina, poi nella specializzazione, lo sviluppo del piede infantile occupa pochissimo spazio. I colleghi che fanno i pediatri di base sono preparatissimi su mille cose — vaccini, linguaggio, nutrizione, sviluppo cognitivo. Le scarpe non rientrano nel percorso formativo standard.
E nel dubbio, si dice quello che si è sempre detto: "Prendetene un paio comodo, con la suola che supporta."
Non è malafede. È quello che si è sempre fatto.
Il problema è che quello che si è sempre fatto era costruito su tecnologia adulta applicata ai piedi dei bambini. Lo sappiamo adesso. Non lo sapevamo vent'anni fa quando queste aziende hanno costruito la loro reputazione.
I brand non sono cattivi.
La scienza su cui si basano è diventata obsoleta.
Quello che ho cambiato nella mia pratica.
Circa tre anni fa ho iniziato a consigliare sistematicamente quello che in letteratura si chiama calzatura a sviluppo naturale — nel linguaggio comune, scarpa barefoot.
Il principio: replicare il più possibile la condizione di camminare scalzi, aggiungendo solo quello che serve davvero. Protezione dal freddo e dal terreno. Nient'altro.
Punta larga quanto un piede reale.
Suola sottile e flessibile in ogni direzione.
Nessun supporto plantare artificiale.
Nessun tacco, neanche minimo.
I risultati nei miei pazienti sono stati abbastanza consistenti da farmi diventare, diciamo, molto noiosa sull'argomento.
Ma c'è un problema con le scarpe barefoot che nessuno vi dice.
Non tutte le scarpe barefoot funzionano.
L'ho imparato nel modo più scomodo: consigliando brand generici e poi ricevendo messaggi del tipo "mio figlio le rifiuta" oppure "si sono rotte dopo due settimane."
La realtà pratica è questa: una scarpa barefoot difficile da mettere, su un bambino di 18 mesi, è inutile. Se non la porta, non le fa del bene. Fine.
Ho testato molti brand in questi anni. Quello che consiglio con più regolarità si chiama Toesy.
Non ho rapporti commerciali con loro. L'ho nel telefono tra i preferiti perché è quello che mando alle mamme quando me lo chiedono via messaggio, il che succede spesso.
Quello che distingue Toesy nella mia esperienza è una cosa concreta: i bambini la portano. Si infila in meno di tre secondi, sta ai piedi, i bambini smettono di toglierla.
Tutto il resto — punta anatomica, suola flessibile, materiali che respirano — conta solo se la scarpa rimane ai piedi del bambino.
E questa ci rimane.
Per chi vuole approfondire, lascio il link qui sotto.
https://toesykids.com/products/scarpette-per-la-crescita-naturale-del-piede-tinytoes
Se state leggendo questo e vostro figlio ha già tre anni.
La domanda che ricevo di più è: "È troppo tardi?"
Risposta onesta: dipende dall'età, ma non è mai troppo tardi per smettere di peggiorare la situazione.
Quello che posso dire con certezza è questo.
Se vostro figlio ha 2 anni avete davanti due anni di finestra aperta. È molto.
Se ha 3 anni avete un anno. È abbastanza, se agite adesso.
Se ha già 4 anni e qualcosa: è il momento di prenotare una visita da un ortopedico pediatrico. Non per allarmarvi. Per sapere esattamente dove siete e cosa potete ancora fare.
Quello che voglio che leggiate prima di chiudere questa pagina.
La mamma del messaggio di ieri — quella che ha pianto — quando era venuta da me pensava di essere lei il problema.
Aveva comprato sei paia di scarpe in cinque mesi. Aveva litigato ogni mattina con suo figlio. Aveva letto forum contraddittori alle due di notte con il telefono illuminato nel buio mentre suo marito dormiva. Il marito la guardava come se esagerasse. La suocera diceva "ai nostri tempi si mettevano le scarpe e basta."
Non era lei il problema.
Non siete voi il problema.
Il problema è un sistema di informazioni che non funziona per i bambini piccoli. Negozi formati per vendere, brand costruiti su tecnologie sbagliate, pediatri che non hanno tempo per questo argomento specifico.
Nessuno ve l'ha spiegato chiaramente.
Adesso lo sapete.
Dott.ssa Roberta Fabbri
Specialista in Ortopedia e Traumatologia, indirizzo pediatrico — Torino